Lei, Ida

Potresti pensarlo sereno il cielo svuotato di nubi, velato di rosso e violetto sul profilo pacato dei colli, e dolce l’affievolirsi dei suoni nel mondo là fuori; potresti trovare conforto nel chiudere a tre giri di chiave la porta di casa e accendere le luci e respirare a fondo e infine riposare? Ah no, conforto ce n’è poco se non forse pensare che un altro giorno è morto, un altro ancora; e poi malinconia che un’altra sera arriva, un’altra ancora di queste sere lunghe e strascicate che non si voglion sciogliere nel sonno, le sere interminabili del vuoto. Lei Ida finiti i mistieri e i lavori dell’orto, richiuso il pollaio, sbarrate le imposte e la porta, si trova seduta in cucina, al tavolo che è ormai tanto grande. Però sulla sedia è un malstare, che stenta con i piedi a toccar terra ed allora si accoccola in punta ma tutta piegata all’indietro, e la schiena fa male. Fortuna che c’è la gattina Polpetta, le salta in braccio leccandosi i baffi dal latte e si acciambella e si lava e fa tre o quattro giri ed infine si mette a dormire; ma senza pace anche lei, che sulle sue gambe inclinate la pencola giù verso il basso, e tocca tutta raccoglierla e farle con le braccia come un nido e intrecciare le mani, e non si può più lavorare.

Del resto di maglie ne ha tante, fin troppe, da sopra e da sotto, di lana pesante; le sferruzzavano a gara le sere d’inverno, per gioco, e lei Ida alla gara perdeva che spesso se ne volava via coi pensieri e le cascavano i punti e toccava disfare e rifare. Di queste maglie ne è pieno quel gran cassettone di noce nella camera al primo piano, dove dorme da sola. Mai aveva dormito da sola, mai in tutta la vita, e sì che la casa svuotandosi ne aveva lasciato di spazio; ma adesso…

La casa risuona di assenze. La tosa è partita anche lei, si è fermata a trovarla tre giorni; è venuta coi libri, a studiare che fra poco ha un esame, e se ne è rimasta in cucina al caldino, che è abituata in città e si veste leggera e poi ha freddo. E stava dietro al tavolone tutta addossata al fuoco con la gatta, a segnare i suoi libri con freghi di tutti i colori, a scrivere su un quadernetto; e poi si racconta da sola, ripete le cose del libro e dice che è per ricordarsi, e lei Ida anche ascolta qualcosa ma sono discorsi un po’ strani, che non si capisce, chissà.

Lei Ida girava per casa pian piano per non disturbarla, e stavano zitte gran parte del giorno, però lei lo stesso sentiva come un peso diverso nell’aria, un pulsare di vita, a chiamarla. E fin nella corte e nell’orto capivi che era la casa, la casa stessa coi muri, col tetto, a gonfiarsi di chissà quale linfa, a drizzarsi, a tendere in alto, ad aprire finestre, a guardare di fuori, a scaldarsi nel sole, contenta.

E la sera parlavano; anzi era poi lei che parlava, che la tosa è tranquilla e le piace più che altro ascoltare. Tante cose che le ha raccontato, le storie di allora, le storie del tempo di guerra, e di poi; e anche, nello sbrogliare i ricordi quando ormai è proprio notte e allo scuro di fuori perfino la notte del cuore si azzarda a mostrarsi, le cose mai dette a nessuno, forse solo alla Bianca, o nemmeno; e la tosa guardava tranquilla, e chiedeva ma allora? ma poi?

Ogni tanto la tosa compare, arriva con una borsona, rimane per tre quattro giorni; poi se ne ritorna in città. Di sè non racconta poi molto; soltanto se chiede ed insiste le saltano fuori dei nomi di giovani, ma sempre diversi però, per cui fidanzati non sono. E lei si domanda, che strano, una bella ragazza, alta mora un pochino robusta magari, e poi seria, posata – però il tempo passa e dovrebbe pensare a sposarsi, che lei di sicuro potrebbe. Ma son tempi strani, chissà.

Arriva e riparte la tosa, ma quando è lontana chissà cosa pensa e che fa; lei Ida tante volte è tentata di telefonarle, e non osa, che cosa potrebbe mai dirle, e per raccontare ci vuole di guardarsi negli occhi, e sentirsi il respiro vicino, e il tempo disteso di quelle serate che insieme non sono più lunghe, ma invece non bastano mai.

Comunque, la tosa, ritorna.

La gatta Polpetta si sveglia, sbadiglia mostrando i dentini, si allunga, si stira, la guarda; è ora di andare in soffitta a rincorrere i topi. Lei Ida s’è portata in piedi puntandosi al tavolo; la avvolge la stanza quadrata, la stessa di sempre, col freddo che sale da sotto, dalle cementine scheggiate dall’uso e un po’ spente, ad intrecci di grigio e di rosso.  E il tavolo scuro, e le sedie che sembrano noce e non sono, la vecchia credenza con la TV sempre spenta che le fa confusione, e in angolo su un tavolino, usata mai più, la macchina da cucire. Imparare poteva anche lei, avrebbe potuto, volendo; ma c’era la Bianca che aveva passione e era brava, e così non serviva. Adesso si servirebbe, ma non c’è più il tempo, è passato.

Apre la porta a vetri che dà in corridoio, e la gatta le scappa fra i piedi e la sente salire le scale e poi la scaletta di legno che porta in solaio, e la sente che corre e che salta. Sul muro vicino alla porta, bassino per lei, sta il tondo di porcellana, e si deve girarlo e la luce, già fioca, si spegne. Lei Ida si aggrappa alla balaustra di ferro gelata, e sale i gradini uno ad uno con la gamba zoppa, a fatica.

La camera è fredda. Se viene la tosa la accende la stufa lì al piano di sopra, che scaldi un pochetto; per lei non importa che al freddo ci si è abituata.  E nemmeno le serve la luce che ne entra uno striscio da fuori e lo spazio le è tanto consueto, gli enormi lettoni accostati, l’armadio a specchiera, due sedie imbottite di verde. Appese sopra i comodini le piccole acquasantiere, due angeli biondi con le ali celesti e una camicina fluente da cui sbuca la punta di un piede, e in mano una grande conchiglia, la giovinezza con le sue promesse riconfermata, eterna, ogni mattino. Le piacciono tanto alla tosa e glie le darebbe, ma non ha coraggio che non è mai stata padrona là dentro, davvero, di niente. Sul piano di marmo del cassettone le attonite foto in cornice di quelli che non ci sono più, sperduti per sempre, e non son nè di qua nè di là, non sono spariti del tutto, di questo lei è certa, che torna ogni tanto la Bianca – la sente in un ispessirsi dell’aria che pare un toccare, un pulsare, la sente che sembra una mano che va a sistemarle i capelli, la sente che pare un respiro, e si volta, e non c’è.

Si siede, si sfila le calze, si spoglia ordinata, pian piano; si insinua fra le lenzuola di sempre, di grosso cotone con l’orlo e la cifra a ricamo, e sente che le scende addosso la vecchia coperta imbottita fin troppo pesante, e le viene da stendere i piedi a sentire il calore di Bianca lì accanto, che ancora non si è abituata. E come da tutta la vita bisbiglia orazioni che un poco il silenzio si scaldi, che forse dicendo il rosario la prenderà il sonno, magari, così la giornata avrà pace.

Il sonno non viene; la investono invece i pensieri, i ricordi, il riandare degli anni. Da quando, bambina tranquilla, minuta e zoppetta, imparava i mestieri di casa che è malata la mamma, e la Bianca va a scuola e le piace. A lei no veramente, è contenta di starsene  a casa, e poco le importa di uscire ed andare nei posti che basta che aspetti ed è il mondo che viene a trovarla fin lì, un mondo di poche persone ma lunghi racconti distesi, e mucche e galline e poi l’orto ed i campi e la messa e il fioretto di maggio e il giardino coi fiori ed i gatti e la canarina che canta lì al sole, sopra il davanzale.

La mamma malata, e in tempo di guerra dannarsi al mercato nero a trovar medicine, il padre che le fa spavento che pare un gran tronco d’acacia scabroso, piantato lì in mezzo alla corte. E in tempo di guerra è paura, e non fanno la fame in campagna però non c’è niente di quelle sciocchezze così inutili e belle che lei da ragazza vorrebbe, un vestito grazioso, un fermaglio da fare carina la testa, o degli orecchini magari. E poi il fratellino che nasce e il gran disperarsi di Bianca che non può più studiare. Ma poi si innamora del bimbo Ninìn e lo lava e lo veste e ci ride, e riprende a cantare facendo i mestieri e cucendo e tornando dai campi; e salendo a dormire la sera nei letti gemelli accostati, le chiacchiere e poi le orazioni ed il sonno che arriva pesante, e il profumo di cenere e terra che è l’ultima cosa che sente lei Ida perdendosi in nebbia, e sa di sorelle.

E corrono gli anni leggeri, che passano e non si sa come; diventa più ariosa la casa, Ninìn si è sposato in città, è un signore importante, e restano in tre ad abitarla, loro due sorelle ed Ino più vecchio: un tronco anche lui ma di gelso e non mette spini ma more, dolcissime e schive.

E i putìnì che fanno allegria, e la tosa, graziosa e tranquilla, per casa come un cagnolino, attaccata al grambiule di Bianca; e per le bestiole va matta e le piace anche trovarci il nome, anche alle galline e al maiale, e la gatta Polpetta difatti è lei che glie la ha battezzata.

Lunghi anni immutabili nella ruota dei campi e delle stagioni, e ieri preciso a domani, e certo si invecchia però piano piano un pochino ogni giorno nei soliti gesti dicendo le stesse parole come fosse una vita il rosario che reciti a maggio fra donne, la sera al fioretto, e profuma d’incenso e di gigli nei vasi d’argento, recisi.

Del resto ci andava la Bianca in chiesa al fioretto; lei, poco.

Si gira e rigira nel letto; il solaio di legno rimanda il galoppo ed i salti di micia Polpetta; nel grande silenzio, che perfino il ronzare del traffico in strada si è tutto zittito, le arriva furtivo, qua e là, lo zampettare dei topi.

E poi a tradimento, improvviso, il dottore, che Ino sta male; sta male e sta peggio, e arriva Ninìn la domenica, e parlottano seri, e Bianca in corriera lo porta in città, all’ospedale.

E rimangono sole, e la Bianca ha dolori là sotto e non vuole pensarci e si sforza di fare le cose di sempre e non riesce – e il suo andarsene lungo, sommesso, alle prime frescure: i grappoli d’uva nei campo si gonfiano e prendono fuoco e dolcezza, lei sempre più diafana, esangue, rimane distesa nel letto gemello del suo, fianco a fianco.

E dopo, questi anni sospesi…

La gatta è salita sul letto, un balzo e se la sente addosso. Lei Ida si gira sul fianco e raccoglie le gambe, e in quel nido la fa acciambellare, e si fanno caldino l’un l’altra. Lei prega soltanto di andarsene ma senza saperlo, in silenzio, così nel suo letto con micia Polpetta che ronfa, e magari la Bianca che venga a chiamarla, anche lei sentirà la mancanza del loro dormire vicine, per tutta la vita, accostate.

E  poi d’improvviso, svegliarsi in affanno, e dolore, e la nebbia…

 

Vincent Van Gogh, Donna seduta al focolare

 

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Laura Rodighiero è nata a Padova dove vive da sempre. Psicologa, ha sempre nutrito un appassionante interesse per l'interiorità delle persone, dei loro modi di sentire e di vedere il mondo, interesse che si riflette nei suoi scritti. Come lei stessa ama dire , scribacchia in poesia e in prosa e, a tempo perso, pastrocchia coi colori, inseguendo passioni e fantasie, con ampi sprazzi di felicità.