IL SIGNOR DELL’ALTISSIMO CANTO
Ricordando Dante Alighieri

Domenico di Michelino, Dante – Duomo di Firenze

Con Dante Alighieri (1265-1321) siamo forse nel momento più alto della nostra cultura italiana. Accanto al sommo Poeta, mai più raggiunto, troviamo infatti il Fibonacci (1170-1250), uno dei più grandi matematici della storia; troviamo Giotto (1267-1337) che rimutò l’arte dal greco al latino, secondo la nota espressione di Cennino Cennini; troviamo, ancora, Giovanni Pisano (1250-1315), celebre per i pulpiti e Arnolfo di Cambio, scultore insuperabile (1240-1303). Già questo breve e incompleto elenco sarebbe sufficiente a smontare la tesi, che tuttora resiste tenacemente, del Medioevo come secolo buio. Ma se ciò non bastasse, farei altri due nomi: Robert Grosseteste, studioso inglese che visse tra il XII e il XIII secolo e che scrisse trattati scientifici come il De sphera, a proposito della sfera geometrica, il De accensione e recessione maris, sulle maree, il De luce, dove tenta di capire la luce e il De iride, sull’arcobaleno, e Teodorico di Freiberg che redige il De luce et eius origine, nel quale si chiede l’origine della luce… e potremmo continuare. Insomma, i medievali non sono poi così arretrati come alcuni vorrebbero farci credere. Roberto Filippetti ha scritto che la Commedia (l’aggettivo divina fu aggiunto da Boccaccio) è la più grande cattedrale di parole che mai mente umana abbia concepito. Ed è vero. Ma perché Dante ha edificato quest’opera monumentale? Possiamo dire che è stato raggiunto, a un certo punto della sua vita, dalla felicità. Sì, tutto sembrava congiurare contro di lui, dalle lotte tra fazioni rivali nella sua amata Firenze fino all’esilio, eppure il suo cuore, pur dentro quella temperie, era stranamente lieto. Stranamente …ossia era nella gioia per un fattore estraneo e strano allo stesso tempo, non autoprodotto ma accaduto per grazia. Lo farà capire lui stesso quando, scrivendo a Cangrande della Scala, affermerà di aver scritto la Commedia «al fine di rimuovere i viventi in questa vita dallo stato di miseria e condurli allo stato di felicità». E così, dopo aver individuato il motivo, abbiamo anche il fine per cui la Commedia è stata scritta.

Dante e Beatrice

Il suo viaggio, nei tre Regni, inizia durante l’equinozio di primavera, a partire dalla notte tra il 7 e l’8 aprile del 1300, anno del primo Giubileo indetto da Bonifacio VIII, e termina a mezzanotte del giorno 14 dello stesso mese. Dante è aiutato in questo itinerario inizialmente da Virgilio e poi da Beatrice ossia dalla ragione e dalla fede, come comunemente si interpreta. Troviamo anche san Bernardo, che rappresenta invece la contemplazione che guida l’uomo alla visione di Dio. Ma a nostro avviso c’è una quarta guida, la più importante: Maria. Se i critici la dimenticano nelle loro dotte analisi, concentrandosi troppo su Beatrice (quasi che la Commedia fosse una storia d’amore), non l’ha dimenticata di certo il nostro Dante, il quale è consapevole che la Madre di Dio non sta solo alla fine del suo iter ma soprattutto all’inizio. È lei ad aver messo in moto tutto quel dinamismo salvifico di cui è imperniata la Commedia. Chi si preoccupa concretamente della sorte di Dante inviando dapprima Lucia, poi Beatrice (“rimproverata” perché poco sollecita verso Dante) e infine Virgilio se non Maria?  Se il Nostro ha potuto discendere agli inferi e risalire al paradiso – attraverso il lavacro del purgatorio – è grazie alla premura materna di colei che «giuso intra ‘ mortali / se’ di speranza fontana vivace» (Paradiso 33,11-12). Non importa che sia più o meno chiamata in causa nel corso del poema, essa è presente nel pensiero (e soprattutto nel cuore) dell’Autore. Lei è la «Donna gentil del cielo» (cf. Inferno 2,94-96), della quale Bernardo, rivolto al Poeta, dirà: «Riguarda omai ne la faccia che a Cristo / più si somiglia, che la sua chiarezza / sola ti può disporre a veder Cristo» (Paradiso 32,85-87). Il volto di Maria, il più somigliante per grazia e per natura a quello del Figlio, riflette il Mistero. Di più, il suo sguardo, amato da Dio stesso: «Li occhi da Dio diletti e venerati» (Paradiso 33,40), rivolto all’etterno lume permetterà allo stesso sguardo del Poeta la visione beatifica: «Ché la mia vista, venendo sincera, / e più e più intrava per lo raggio / de l’alta luce che da sé è vera». Ecco allora che Dante prega: «O somma luce che tanto ti levi / da’ concetti mortali, a la mia mente / ripresta un poco di quel che parevi, / e fa la lingua tanto mia possente, / c’una favilla sol de la tua gloria / possa lasciare alla futura gente / ché, per tornare alquanto a mia memoria / e per sonare un poco in questi versi, / più si conceperà di tua vittoria» (Paradiso 33,67-75). Il Poeta chiede a Dio di poter comunicare almeno una favilla della Sua gloria divina ai posteri, a quanti leggeranno la Commedia, affinché siano aiutati a vivere, e a essere felici nella luce del «vivo raggio».

Sandro Carotta

Le donne che hanno salvato Dante. Inferno, Canto II, vv. 94 – 142

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Sandro Carotta, monaco benedettino presso l’Abbazia di Praglia (PD), collabora con diverse riviste di spiritualità e ha pubblicato: Cristo mia speranza è risorto. Il triduo pasquale (La Scala 2008²), Con lo sguardo di Maria. Icone bibliche e poeti, con la collaborazione di Manuela Cavrini (Messaggero 2009), Vogliamo vedere Gesù. La figura di Cristo nel IV Vangelo (Scritti Monastici, Abbazia di Praglia 2012), Sequela. Quattordici volti biblici, con la collaborazione di Manuela Cavrini (EDB 2015), Il Libro degli affetti. Per un Salterio pregato (EDB 2017), Ritrovare se stessi. L’esodo di Abramo (EDB 2018), Il silenzio. Voci e volti della Bibbia (Nerbini 2019).